martedì 9 agosto 2016

Il Procrastinatore

"Domani mi metto a dieta!".
"Appena aspetterò un figlio smetterò di fumare, adesso non mi va non farlo".
"Appena torno dalle vacanze mi metto a studiare".
"Giovedì ci vediamo, scusa ma sono troppo impegnata".

Frasi del genere vengono immediatamente captate dagli psicologi come segno di procrastinazione, quella tipica abitudine di rimandare le cose da fare sempre in un altro momento.
Lungi da voler qui in questo contesto fare una trattazione scientifica - alcune ricerche scientifiche, in particolar modo presentate nella rivista Solomon and Rothblum (1984), segnalano due tipi di procrastinatori: un procrastinatore rilassato, che iniziare molte cose senza portarne a termine nessuna, e un procrastinatore preoccupato, che rimanda le cose da fare perché manca di fiducia in se stesso e nelle proprie capacità - qui si esamina una serie tipologie di procrastinatori che possono essere riconosciuti nel corso della vita.
P. S. Nulla di stupefacente ma siamo sulla stessa scia del post L'uomo è un casatiello


1. Il procrastinatore tutto chiacchiere e distintivo:

Questo tipo di procrastinatore vuole tutto e subito: inizia un nuovo progetto con grande entusiasmo
ma, una volta svanito il fascino della novità, tende a stancarsi facilmente e a desistere. Nei casi più gravi, fa fatica a trovare la sua strada nella vita: saltella da un lavoro ad un altro o da una relazione ad un'altra senza riuscire ad impegnarsi in niente. Questo tipo di procrastinatore dovrebbe lavorare sull’autodisciplina, imparando a fare le cose anche se non ha voglia o non è dell’umore giusto. In altri termini come si dice nel profondo sud: eddà cresc'.

2. Il procrastinatore dal salario garantito:

Tipico elemento nullafacente che maschera la propria nullafacenza dietro a grandi ideali. Finge di acculturarsi perché ascolta l'andamento della borsa ogni mattina ma in realtà non conosce la differenza tra il dollaro e la sterlina. Allergico agli impegni e a tutto ciò che comporta fatica e sudore della fronte, rimanda ogni passo decisivo e decide di trascorrere la propria vita nel conteggio dei propri peli pubici, mentre la mammina gli lascia sul comodino la tazzina di caffè bollente e 5 euro per le sigarette. "Si vuole fare una posizione, sta' sturiann per farsi un futuro".

3. Il procrastinatore "mi scoccio":

Rimanda i pagamenti nonostante abbia i soldi in tasca: potrebbe essere confuso con uno/a dalle braccine corte ma in realtà si scoccia di pagare i suoi conti economici e morali. Si scoccia di pagare il caffè quando è con gli amici e puntualmente scompare nel momento in cui il barista cerca con gli occhi chi potrebbe saldare il conto; si scoccia di comprarsi le sigarette e scrocca quelle degli altri; si scoccia di andare al cinema o di guardare belle donne per strada; si scoccia di lavarsi o radersi se uomo, di depilarsi e di curarsi se donna. Si scoccia di mangiare e di bere, pertanto, quando è solo decide di scocciarsi totalmente fino a rischiare di morire di sete e di fame. "E mi scoccio".

4. Il procrastinatore supercalifragilistichespiralidoso:

La procrastinazione è un fenomeno psicologico che chiama in gioco un complesso di specifiche emozioni, come ad esempio l’ansia, e credenze legate alla bassa tolleranza della frustrazione, alle proprie capacità e al valore personale. Il procrastinatore di Mary Poppins è ansioso a tal punto che non combina mia niente. mette in atto una forma di evitamento che gli permette di non entrare in contatto con le proprie insicurezze, paure e limiti. Così facendo non affronta una serie di preoccupazioni e non è costretto ad avere a che fare con le emozioni che ne derivano. Tutte le notti spera di essere rapito dall'audace Mary Poppins, che gli da il dono del rimandare continuamente una decisione... infatti basta poco e la pillola va giù ...


Mi dicono che

La vita è breve e noiosa; la si passa tutta a desiderare; si rinviano riposo e gioie al futuro, all’età in cui i beni più preziosi, salute e giovinezza, sono già scomparsi. Arriva quel momento che ci sorprende ancora in balia dei desideri: siamo a quel punto quando ci la febbre ci afferra e ci spegne; se guarissimo, sarebbe solo per desiderare più a lungo.
Jean de La Bruyère, I caratteri, 1688


mercoledì 20 luglio 2016

Padre

Racconto di Zeta B

* La pubblicazione del racconto inedito è stata autorizzata dall'autore


Padre

cosa ci faccio qui?-si domandò- io... io sono morto. L'ho visto, ero in una camera d'ospedale. Ho fatto un incidente frontale con una macchina, lo ricordo... ero alla guida della mia moto e poi quella macchina... una punto nera... come sono finito qui? In questa piazza piena di persone ad un concerto? Ero in ospedale, non lo posso dimenticare... camera 72 trauma cranico... le schegge erano conficcate nel mio cervello, ero in coma. Che sia stato un sogno? Impossibile, sarebbe stato troppo vivido... eppure sono qui... ma le persone sono strane,si muovono in modo strano senza andare a tempo con la musica. Il cantate stava suonando una cover di "Starway to Heaven"... il mio pezzo preferito dei Led Zeppelin, che sia un segno? Perché proprio quel pezzo? non capisco... troppi interrogativi nella mia testa e poche risposte.


 Cerco di divincolarmi dalla massa ma non è possibile, la massa non finisce... quale piazza è così grande da contenere tutte queste persone? Ancora un'altra domanda alla quale non so dare risposta... cercavo comunque di divincolarmi dalla folla maleodorante che mi circondava, era presente un forte odore di zolfo. Mentre cercavo invano di divincolarmi sentivo il cantante dire Lo stiamo perdendo! con una voce che non era la sua, nel testo questa frase non esisteva, lo conoscevo a memoria e non aveva senso, cosi mi girai verso di lui, non gli avevo permesso tante attenzioni come in quel momento. Rimasi sconcertato ... aveva una grossa barba e capelli lunghi bianchi, suonava con molta accuratezza quella canzone e chissà quante volte l'aveva suonata ... aveva un'accuratezza maniacale. Mentre lo fissavo, lui alzò la testa dalla chitarra e mi guardò, in mezzo a quel mare di folla, proprio me ma perché? Fu quello il momento in cui realizzai che era giunto il mio momento... scese dal palco e iniziò a venire verso di me molto lentamente. Compreso quanto stava accadendo, cercai di scappare ma, le persone intorno a me non mi facevano più passare anzi, mi fissavano in modo molto inquietante, iniziarono a perdere il colore della pelle, i vestiti e il colore degli occhi... 



Anche quella figura stava cambiando aspetto. mi raggomitolai in me stesso ad iniziai a piangere come mai avevo fatto nella mia vita. sentii una persona che mi chiamava, la sua voce l'avevo già sentita. alzai la testa e vidi che il cantante aveva ultimato la sua trasformazione: Aveva delle grandi corna molto alte a appuntite, gli occhi di un giallo color oro che sembravano penetrare la mia anima ed un colorito rosso vivo. iniziai a piangere ancora più forte di prima...avevo ormai realizzato che non mi sbagliavo, era arrivata la mia ora. lui mi guardò e mi intimò di non piangere e che anzi avrei dovuto esser felice "Perché?!" esclamai tra una lacrima ed un singhiozzo. Disse "figlio mio" ... mi si gelò il cuore... quella voce mi era familiare... l'avevo già sentita... nelle notti dove tutto tace e dove le paure riaffiorano, la sentivo provenire da dentro di me... con gli occhi ancora gonfi di lacrime cercavo di indietreggiare a carponi ma le forze mi abbandonavano, lo sentivo... rimasi stremato a terra. a quel punto si avvicinò ancora di più e mi sussurrò"non puoi scappare da me e tanto meno dal destino, tu sei mio figlio, il tuo posto è alla mia destra" cosi recitò una formula in sanscrito, non avevo mai sentito quella lingua ma, capivo ogni cosa che diceva... di lì a poco ebbi di nuovo la forza di alzarmi... sentì una calore inebriare il mio corpo... sentì la mia parte cattiva emergere... non l'avevo mai sentita così forte, sapevo che albergava dentro di me ma non pensavo fosse cosi potente... iniziai a ridere ed esclamai: "Padre solo Dio alla sua destra ha il figlio, tu non avrai questo privilegio" sentivo di essere più forte di lui, non esitai... lo uccisi subito staccandogli la testa dal collo e bevvi il suo sangue... la sua testa rotolava emettendo una risata diabolica... prima di morire sogghignò e disse "adesso ci credi che sei mio figlio?"


Mi dicono che
"La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità".
Marguerite Duras

martedì 24 maggio 2016

La realtà delle cose

C'è qualcosa nell'aria, forse una rarefazione dei contenuti dell'anima, ma forse è solo una tipica mattina che inizia con il lavoro e finisce con il lavoro. L'odore di terra bagnata è come la nebbia che s'insinua anche nelle menti più esercitate, ma in  quelle più ingenue c'è lo smarrimento che nasce dalle proprie convinzioni, che sono sempre quelle che fottono.
Va in scena, come ogni giorno, l'ambiguità delle traduzioni in parole sempre nuove, strane, insignificanti in assoluto, ma capaci in questo teatro dell'assurdo dei concetti già vissuti, già riconosciuti, già evidenti che si mescolano ad un nuovo mondo, nuove regole, ad uomini non cresciuti.

Mentre scompare la capacità di commisurarsi umanamente con la realtà della vita, che non ha ancora coscienza della morte che prima o poi arriva, ecco apparire (per mostruosa compensazione) un elenco infinito di interpretazioni costruite ad arte per giustificare se stessi, che serve a che cosa? Alla vita, ovviamente, alla privacy, al consumo libero dei concetti, alla propria remissione dei peccati (perché per quanto ciascuno si ritenga ateo, ahimé è nato e cresciuto in una cultura religiosa, pertanto, ha interiorizzato inevitabilmente la spada di Damocle del "peccato", della "colpa"). 

E se si mostra ancora, malgrado l'azione delle proprie giustificazioni che l'individuo dichiara come interpretazioni, qualche segno di diversità innata o acquisita, eccoti il diritto di fare ciò che vuoi a discapito degli altri, basta che tu lo faccia con un'altra giustificazione "lo fanno tutti quanti", e che sia sancito da qualche altro irrinunciabile diritto mors tua vita mea. E infine non si può prescindere dal diritto ad una morte dolce dell'intelletto (dopo che ti hanno reso amara la vita), pur patendo un pizzico di legittimo e "religioso" imbarazzo, con ilo movimento sincronizzato delle "spallucce".

Da sempre sono disseminati ovunque segnali di pura cattiveria, di malafede e opportunismo, che vengono racchiuse tutte i una sola azione umana: il giudizio. Tuttavia quando la frode viene smascherata, nonostante fosse universalmente accettata con le frasi tipo "sono fatto così", "sono vero, è colpa tua", "io non cambio idea", "tu sei fatto così", "quanto è puerile", si avverte la dipartita dei più furbi, che crede di far patire i soliti diseredati. 

Accade questo: mentre eravamo occupati ad orientare le nostre vite con la costruzione di un ginepraio di nuovi e fantastici diritti personali, venivamo privati di una capacità naturale e non legittima di distinguere, respingere o accettare, pensare e riflettere, comprendere e rivolgersi  in nome di un valore che non aveva bisogno di essere nominato, definito, circoscritto, sancito o regolato: la realtà delle cose, umane troppo umane.



martedì 17 maggio 2016

"Anima e Follia", un viaggio di Ivana Leone

Ivana Leone, poetessa emergente, ha pubblicato nel mese di aprile la sua prima raccolta di poesia Anima e Follia, (Largo libro editore 2016) che è possibile acquistare on line qui.

Ivana Leone nasce ad Agropoli nel 1987 e fin dall'adolescenza manifesta uno spiccato talento poetico ed una passione molto intensa per la scrittura: allegra e passionale come ogni sua parola scritta su carta, l'artista ha uno stile limpido e nello stesso tempo incisivo,attraverso cui descrive perfettamente il suo mondo interiore.
La poesia di Ivana è istintiva, quasi ingenua nella sua spontaneità, ha qualità visionarie ed orfiche: l'autrice infatti è molto vicino allo stile letterario tipico dell'ermetismo moderno e procede per accostamenti di immagini apparentemente senza alcun collegamento logico.
A questo proposito il mondo interiore della poetessa, che nella vita è una professoressa di italiano e latino presso il liceo scientifico "R. Kennedy" di Salerno, può essere considerato come dominato da "una fantastica irruenza", che si unisce anche ad una spiccata tendenza narrativa.

La raccolta Anima e Follia offre al lettore la possibilità di aguzzare la vista per scorgere nella quotidianità i tratti della follia. Per nulla singolare, ma anzi adeguati e ben contestualizzati, i riferimenti filosofici di Erasmo da Rotterdam e di Wilhelm Dilthey riguardo il concetto di follia e i criteri di giudizio su di essa che compaiono nell'Introduzione, momento in cui l'autrice esplicita le chiavi di lettura delle sue poesie.

In definitiva Anima e Follia è un viaggio dell'anima verso orizzonti di altre dimensioni.


Mi dicono che

lunedì 18 gennaio 2016

Torna a casa, torna da te stesso.


"I hear her voice in the morning hour      
she calls me
The radio reminds me of my home far away   
And drivin' down the road
I get a feeling that I should have been home
Yesterday Yesterday
Country Roads, take me home         
To the place I belong"

"Sentii la sua voce nelle ore della mattina
Mi chiamava 
La radio mi fa venire in mente la mia casa lontana
E guidando per la strada 
Sentii che dovevo essere a casa             
Ieri ieri"

Capita, nella vita, di accorgersi di non essere più se stessi, come se ci svegliassimo da un periodo di torpore durante il quale ci siamo comportanti in modo differente da come eravamo soliti fare, e qualcosa ci avesse improvvisamente riportato alla vita, facendoci immediatamente realizzare che "quelli" non siamo noi, o almeno non la persona che vorremmo essere e che eravamo. Ci si inizia a chiedere cosa sia successo, come siamo arrivati a tanto, a snaturare la nostra vera essenza, e si vorrebbe capire come ritrovare se stessi, ripristinare lo stato delle cose, sostituendo la persona che siamo diventati, con quella che eravamo e che riteniamo migliore. Oscar Wilde, con la sua classica arguzia, disse: "Sii te stesso, tutti gli altri sono già stati occupati". Per quanto possa sembrare una battuta divertente, questa frase si avvicina tantissimo alla verità. Allora è il momento di cantare a voce alta e chiedere a se stessi chi voglio essere? chi voglio diventare? 

Prendi la tua anima accartocciata e distendila, facendo la cosa giusta. Abbandonati a ciò che senti, che non sbagli mai. Non sbagli mai.

Mi dicono che
Per essere davvero equilibrati e sereni è indispensabile che ciò che si fa sia realmente quello che si vuole e non quello che vogliono gli altri.
Lorenzo Licalzi

lunedì 11 gennaio 2016

Tanta Roba e che Roba!

Avete presente quando una domenica sera si ha voglia di scoprire qualcosa di nuovo?

Questa sera abbiamo scoperto Tanta Roba
Tanta Roba! è la nuova pizzeria-ristorante gourmet, sita a Pontecagnano (Corso Italia 219/221, tel. 089382167), aperta proprio giovedì scorso dai fratelli Tommaso e Mauro Barrella.

Il locale, riscaldato dal calore del forno e dal calore umano dei proprietari, risulta accogliente è molto adatto alla coppietta di fidanzati che erano all'angolo, agli amici di sempre, che erano a lato,  alla famiglia con bimbi e adatto a me con mille intolleranze alimentari. 

La pizza arriva con tempistiche giuste: non subito averla ordinata, né troppo dopo averla scelta con cura  nel menù semplice ma ben fornito. Leggera come l'aria, con ingredienti scelti accuratamente e saporiti oltre che distinguibili uno ad uno. Il segreto è nell'impasto: proprio nel lievito.
Il lievito madre curato personalmente dal pizzaiolo Tommaso fa sì che la pizza risulti soffice e leggera. La pizza, condita da fantasia e originalità non è l'unica specialità del locale: carne e primi piatti sono pronti ad uscire dalla cucina ed essere serviti dal competente personale di sala.




Tommaso e Mauro hanno iniziato questa nuova avventura e noi di Mi dicono che non possiamo far loro un enorme IN BOCCA AL LUPO anche se non ce ne sarà bisogno! La passione per il loro lavoro, la cura con cui ogni prodotto della loro ristorazione è scelto, non potranno che far ritornare il cliente che ha assaggiato quelle leccornie.




Mi dicono che

"Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa
vedrai che il mondo poi ti sorriderà."
Pino Daniele

sabato 9 gennaio 2016

Il momento dell'Attesa


Ognuno di noi è in attesa. Questo stato quasi compilativo della vita risulta a volte ineludibile. Per l'attesa si scelgono le parole migliori, si creano i piani, che sembrano più strategici  ma sono sempre i più fallimentari, proprio come tutti i piani. L'attesa di cosa? Ognuno attende qualcosa. Ognuno per attendere qualcosa, lascia passare altre. Ma chi attende può vivere nella condizione di sospensione?



TRENTATRE'

Da Centuria. Cento piccoli romanzi fiume  - Giorgio Manganelli

Col tempo, è diventato un appassionato dell'attesa. Egli ama aspettare. Puntualissimo, detesta i
puntuali, che lo privano, con la loro maniacale esattezza, del piacere incredibile di quello spazio
vuoto, in cui non accade nulla di umano, di prevedibile, di attuale, in cui tutto ha l'odore esilarante
e indefinibile del futuro. Se l'appuntamento è ad un angolo di strada, gli piace fingere una favola di
possibili equivoci: e passa da un angolo al prossimo, ritorna, si guarda attorno, scruta, attraversa la 
strada; l'attesa diventa avventurosa, irrequieta, infantile. Vi fu un tempo in cui un ritardo di dieci
minuti gli dava un'ira sorda, come se fosse stato insultato. Ora vorrebbe ritardi di quindici, venti
minuti. Ma deve essere un vero ritardo; pertanto, non serve arrivare in anticipo. Talora l'attesa è
immobile; trova un qualche oggetto su cui sedersi, e lì si appoggia e ciondola una gamba,
pienamente; si guarda la punta della scarpa, cosa che non potrebbe fare in nessun altro momento
della giornata. Prolungandosi il ritardo, cambia gamba, e si studia un ginocchio; poi si cava il
cappello e ne guarda attentamente la fodera; compita nome e indirizzo del cappellaio; si ripone in
capo il cappello, poi chiacchiera un poco con se stesso, come egli fosse a sé un estraneo appena
incontrato: parla del tempo, della moda, perfino di politica, ma con cautela, perché non si sa mai
come uno la pensa. Ama proporre appuntamenti in luoghi riparati, ad esempio portici, che gli
consentono di camminare a lungo, di gustare qualsivoglia dilazione, con il lento piacere di un
padrone che attende gli ospiti, nel mezzo di un giardino. Di fatti, durante le attese, egli diventa il
proprietario dell'angolo; lì si colloca da ospite, ed il ritardo è il naturale dono che un proprietario
generoso concede agli stranieri che vengono da lontano – mentre lui è, sempre, a casa. Se il
tempo si rabbuffa di nuvole e vento, suggerisce appuntamenti nei pressi di chiese. Ove
sopraggiunge la pioggia, gli piace enormemente riparare nella chiesa, quasi sempre buia e
semivuota, ed ivi esercitare la clandestina pietà dell'attesa. Conta le candele, saluta d'un cenno del
capo Sant'Antonio con l'orfano in camiciola, e guarda fisso, dalla parte dell'altare, rilassato il corpo,
senza impazienza, con una segreta speranza, in quella allusione d'attesa che è il capolavoro della
sua esistenza.